Presentiamo una sintesi concisa ma precisa ed esauriente di un libro brillante che tratta un tema cruciale della storia delle religioni: l’acculturazione dei culti pagani nell’Europa cristiana.
L’autore, Paolo Mieli (n. 1949), è un noto giornalista che ha cominciato la sua carriera come storico, laureandosi con Renzo De Felice (storico del fascismo) e Rosario Romeo (storico del Risorgimento), due tra i massimi storici europei del Novecento. De Felice, come ricorda il suo allievo più insigne, Emilio Gentile, nella monografia a lui dedicata, Renzo De Felice. Lo storico e il personaggio (Laterza, Roma-Bari, 2003), fu discepolo assiduo del nostro fondatore, Raffaele Pettazzoni.
Tra i riferimenti essenziali del denso saggio di Borri, testi di due membri della SISR, G. Rinaldi e G. A. Cecconi, e di due storici delle religioni francesi, P. Chuvin e M. Tardieu. Quest’ultimo è stato profondamente benché diversamente legato ai quattro ultimi presidenti della SISR, compreso lo scrivente. Di lui ricordiamo la recente, monumentale (643 pp.), raccolta collettanea di saggi che hanno segnato la storia dei nostri studi nell’ultimo mezzo secolo (1980-20224): La reconquête du temps. Choix d’études orientales, manichéennes et gnostiques, Strasbourg 2025.
Quanto paganesimo nell’Europa cristiana
Esce il 27 febbraio per Carocci Il regno perduto degli dèi dove Francesco Borri illustra la persistenza di credenze e riti: la data simbolo della loro fine è il 1168, con la distruzione della fortezza-tempio di Arkona sul Mar Baltico
Da: CORRIERE DELLA SERA, 23 febbraio 2026.
Di Paolo Mieli
Il regno perduto degli dèi.
Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200)
di Francesco Borri
Carocci editore
in uscita il 27 febbraio
pp. 455, € 42
F. Borri (Cingoli, Macerata, 1976), insegna Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra i suoi titoli: Frammenti di un racconto (secoli VI-XI) (Viella, Roma 2017).
Nel 313 d.C. con l’Editto di Milano (emanato insieme a Licinio) l’imperatore Costantino sancisce la libertà religiosa, ponendo fine alle persecuzioni dei cristiani e restituendo i beni confiscati. Di fatto si sceglie il cristianesimo come cemento per rinsaldare le nazioni sotto il suo dominio, trasformando la religione vessata in pilastro imperiale. Lascia in vita, però, il paganesimo. E questa vita, in cui poco approfondita, sarà più lunga di quanto si creda, come mette in evidenza uno straordinario libro di Francesco Borri Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), in procinto di essere pubblicato da Carocci.
Le storie dei pagani sono sopravvissute a lungo. Fino al Cinquecento, e sono ancora rispuntate nei secoli successivi. Gli dèi e le loro storie, scrive lo storico, «non hanno abbandonato il mondo che per millenni è appartenuto loro». Piegati «ma non sconfitti», prosegue, hanno atteso pazienti negli angoli più bui, lontani dalla luce cristiana». Hanno «aspettato vigili per secoli fino al momento più propizio per riconquistare la fascinazione e il cuore delle donne e degli uomini». Fino a oggi, all’inizio del terzo millennio, laddove a ben guardare si vede riapparire qua e là qualche parte del mondo apparentemente lontana. Talvolta nei fumetti, nei film.
Va messo subito in chiaro — è Borri lo fa fin dall’inizio del libro — che il concetto medievale di paganesimo corrisponde solo in parte al nostro. Se, nelle età moderne, il pagano è chi crede nel politeismo delle antiche religioni, negli scritti degli autori antichi e medievali la venerazione degli dèi si accompagna costantemente a un «caleidoscopio di pratiche» che le autorità cristiane, a seconda dei tempi e dei luoghi, tollerano poco o rigettano nella loro totalità. Tutto finisce in un unico calderone: ricorrere a auguri e indovini, affidarsi ad amuleti, mascherarsi da animali, bere e mangiare presso i sepolcri, fenomeni diversi per la nostra sensibilità, vengono accostati senza contraddizione apparente». Tanto più che in una prolungata fase iniziale — ben documentata da Gianfranco Rinaldi in Pagani e cristiani. La storia di un conflitto nei secoli (Carocci) e Roberto Renzetti in La grande rovina. I riti pagani divennero cristiani (Tempesta editore) — si era avuto un qualche incontro tra gli antichi culti e il cristianesimo che avanzava per passi.
Ma poi il paganesimo non era del tutto scomparso. Mai definitivamente. E non si è estinto fino al Cinquecento, sostiene Borri. Un testo, probabilmente composto alla fine dell’VIII secolo, Homilia de sacrilegiis, attribuito a lungo, erroneamente, a Sant’Agostino, cercava di fare un fossato netto tra pagani e cristiani. E di distinguere, con sottigliezza, tra paganus e sacrilegus. Attribuendo all’uno e all’altro (beninteso per condannarli) una variegata gamma di comportamenti. Ma si trattò di un tentativo alquanto isolato. Pierre Chuvin in Cronaca degli ultimi pagani. La scomparsa del paganesimo tra Costantino e Giustiniano (Claudiana/Paideia) — come scrisse Michel Tardieu quando il libro uscì in Francia alla fine del Novecento — assume la «prospettiva dei vinti» con lo scrupolo di precisare, regione per regione, le tappe successive della loro esclusione dal potere. Da cui sarebbe derivato il dissolvimento sociale e per qualche verso l’eliminazione dei pagani. Ma, sempre secondo Tardieu, Chuvin intendeva soltanto contrastare il tenace pregiudizio che portava a considerare quell’epoca decadente. E gli ultimi pagani dei «sopravvissuti».
Sopravvissuti fino a quando? Stefano Gasparri in L’Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato (Laterza) ma ancor più, in età altomedievale, in La cultura tradizionale dei Longobardi. Strutture tribali e resistenze pagane (Cisam), ha documentato, appunto, la persistenza dei culti che sopravvissero al V secolo. Anche Gianfranco Rinaldi in Il radicale: i culti tradizionali in Italia tra Tarda Antichità e Alto Medioevo (Fondazione Benetton/Edizioni Unicopli) ha messo in discussione lo spirito di parte che induceva gli autori cristiani a prestare scarsa attenzione alla persistenza dei culti pagani. Di cui si trova traccia evidente quantomeno fino all’XI secolo. Borri si spinge molto più avanti. Oltre l’anno Mille. Lungo le coste del Baltico, ricostruisce, si estendeva una terra «governata dagli dèi e retta da sacerdoti». Grandi templi riunivano attorno a sé vaste aree e terre da cui si reclutavano guerrieri. I quali custodivano i vessilli e le spoglie delle vittorie. Gli abitanti di queste regioni — Abodriti, Wagri, Liutizi e Rugiani — opposero una strenua resistenza al cristianesimo che, come accadeva in altri contesti, non poteva non legittimarsi, negli anni che precedettero il tramonto degli dèi del Nord, «dal discorso crociato». Il tutto, per quel che riguarda questa parte della storia, durò quantomeno fino al 1168, con la conquista della fortezza-tempio di Arkona sul Baltico da parte dei danesi del re Valdemaro I. I guerrieri guidati da re Valdemaro I distrussero il santuario e le grandi statue che vi erano custodite. Il 1168, scrive lo storico, viene preso per questo motivo come «data simbolica della fine del paganesimo europeo». Anche se sappiamo che da allora il paganesimo sarebbe restato attivo agli inizi dell’età moderna. Gli scavi archeologici hanno dato numerose prove della persistenza pagana in quei luoghi. Ma è difficile che adesso si scopra ancora qualcosa dal momento che la costa di Arkona è soggetta a forte erosione e ciò che delle strutture centrali del sito sono probabilmente nel Mar Baltico. Ma, come vedremo, di pagani se ne troveranno ancora, seppure in forme fortemente mutate.
«Pagano», spiega Borri, fu una categoria creata dai cristiani e che serviva a definire in una grande e immaginifica famiglia un vastissimo mondo di pratiche, devozioni e attitudini. Sul pagano possediamo però solo il racconto dei cristiani: l’avvento della scrittura dall’Irlanda alle coste del Baltico — sottolinea Borri — fu lo strumento per avanzare della nuova fede. Il pagano, pertanto, era tale solo nella prospettiva dello «spettatore». È l’osservatore cristiano che ne descrive la bellezza, la ferinità, la devozione agli idoli, l’attenzione dedicata ai corpi celesti o ai giorni festivi della settimana.
In altre parole, «quello che possediamo è innanzitutto un discorso cristiano sul paganesimo». Le narrazioni che ci sono giunte sono, «con rarissime eccezioni, dedicate a un uditorio cristiano», «talvolta monaci, spesso avvezzi alle complessità teologiche che venivano trattate». Altre volte «laici afflitti dalle paure della vita quotidiana». Non sempre un pubblico omogeneo.
L’origine del termine paganus è stata assai dibattuta. Finché non si convenne che l’etimologia andava cercata nel pagus, la campagna. Un’immagine che si armonizzava con la conversione della società cristiana come una civitas. Giovanni Alberto Cecconi in Barbari e pagani. Religione e società in Europa nel tardantico (Laterza) considera giustamente non spartiacque il 379-396 (il regno di Teodosio il Grande). Ma, a dispetto di questa decisione, è ovvio che continuò a proliferare un paganesimo minoritario. Minoritario sì, «ancorché non residuale» e «non privo di suggestiva vitalità». Con espressioni di politeismi tradizionali, cerimoniali legati ai cicli della fertilità, culti degli elementi naturali, manifestazioni religiose violente e macabre come i sacrifici umani dei prigionieri di guerra o l’uso dei feticci sacri a scopi espiatori. Osservazioni dello stesso si ritrovano in un bel libro di Claudio Azzara, Le invasioni barbariche (Il Mulino). E in quello di Bruno Dumézil Barbari (Il Saggiatore) che si è avvalso del prezioso contributo di Sylvie Joye, di Charlotte Leroque-Cohen e di Liza Merli.
In realtà il discorso sui barbari, spiega Borri, non era una dialettica tra noi e gli altri, ma tra noi e noi. Quando si parlava di pagani, questi venivano presi soprattutto a cambiare a volte in maniera brutale le pagine dell’Europa cristiana e le opere che a loro si rivolgevano. È possibile, secondo l’autore, che alcune narrazioni scritte in Irlanda mirassero ad attrarre al cristianesimo i discendenti dei magi. La contrapposizione della Sassonia — cristianizzata nel suo lungo linguaggio brutale, ai pagani sconfitti, così come alcuni brani delle storie dei vescovi Ottone di Bamberga (1060-1139).
Da questi contesti provengono frammenti che ci aiutano a ricreare complessi rituali e credenze. Talvolta, i racconti lasciavano intravedere curiose simmetrie e continuità che paiono archetipali, come le trasformazioni di uomini in animali, il ruolo delle donne e della luna. All’inizio del X secolo un vescovo, Attone di Vercelli, commentò le numerose pratiche eterodosse, magiche e pagane della sua diocesi: in un sermone pronunciato in occasione della festa di San Giovanni, Attone s’interrogava su alcune donne, definite meretrices, che disertavano la messa per riunirsi tra loro nelle piazze, agli incroci, ma anche presso sorgenti e sui campi. Dove trascorrevano la notte cantando divinando nella presunzione di battezzare erbe e fronde (che poi avrebbero conservato tenendole in grande considerazione).
Nella stessa epoca un altro vescovo, Burcardo di Worms (morto nella prima metà dell’XI secolo) riferiva di altre donne che sostenevano di essere in grado di volare la notte assieme a un’entità chiamata Diana o Erodiade (nella tradizione la moglie o la figlia del re Erode). Voti notturni, piante benedette, unzioni riservate alle persone più strette, divinazioni notturne per la prima volta. «Alcune di queste pratiche e credenze avevano avuto origine antica, precristiana, forse, al cristianesimo», molte altre «si dovettero formare in anni assai più recenti anche recentissimi, forse influenzate dalla religione monoteista», sostiene lo storico.
I pagani erano a questo punto «un oggetto lontano, figure distanti e sfocate, una costruzione intellettuale che, se incarnava elementi di un’effettiva osservazione, era costantemente rielaborata per diffondere messaggi comprensibili». Il pagano era «l’altro per eccellenza dei secoli medievali» e al paganesimo venivano attribuite le «caratteristiche che in negativo definivano il cristiano». Sono stati descritti come «intenti ad accendere fuochi nei campi, cantare fuori dalle chiese o esporre trofei venatori a cui si potevano accompagnare la fede negli dèi del mondo, o affidarsi agli indovini o lo scrutare il futuro alzando lo sguardo al cielo». In più venivano loro attribuiti «elementi che erano meno compatibili con la religione cristiana», in particolare i sacrifici cruenti. E soprattutto la venerazione degli idoli fabbricati da mani umane «che dichiaratamente rivelavano la fede nel Creato piuttosto che nel Creatore». I numerosi dèi anonimi erano la prova del loro politeismo. L’arroganza pretesa di conoscere ciò che per gli uomini è inconoscibile.
La spiritualità non riconducibile alla fede professata da Gesù furono, secondo Borri, una forza vitale e creativa sia in regioni che già avevano adottato la fede cristiana, sia ai limiti di questa, dove nuovi pagani iniziarono a farsi strada verso l’Impero cristiano. Con una loro specifica vitalità. Non si tratta, insomma, di fenomeni residuali. Il paganesimo fu un credo accettato nel Granducato di Lituania fino al 1386, alla fine del Medioevo. E non è tutto. In Europa, «persone ai margini dei regni e imperi sarebbero rimaste ostinatamente legate alle antiche usanze e credenze». Adamo di Brema (vissuto nella seconda metà dell’XI secolo) conosceva bene i Salmi che in parte rimanevano pagani: erano «uomini che abitavano a nord lungo le coste norvegesi del Mar Glaciale Artico», erano «maghi quanto incantatori potentissimi». Inuit pagani giunsero nella Groenlandia cristiana intorno al 1200, per poi conquistare pacificamente l’isola dopo la caduta dell’Irlanda cristiana intorno al 1450. «Il paganesimo sopravvisse per un altro millennio nelle isole», scrive lo storico, «ancora oggi, se ne può trovare traccia».
Bibliografia
Costantino e poi i barbari
Un intreccio lungo secoli
Libri citati nell’articolo:
Claudio Azzara, Le invasioni barbariche (Il Mulino, 1999)
Gianfranco Rinaldi, Il radicale: i culti tradizionali in Italia tra Tarda Antichità e Alto Medioevo (Fondazione Benetton/Edizioni Unicopli, 2012)
Gianfranco Rinaldi, Pagani e cristiani. La storia di un conflitto nei secoli (Carocci, 2020)
Giovanni Alberto Cecconi, Barbari e pagani. Religione e società in Europa nel tardantico (Laterza, 2012)
Pierre Chuvin, Cronaca degli ultimi pagani. La scomparsa del paganesimo tra Costantino e Giustiniano (Claudiana/Paideia, 2009)
Bruno Dumézil, Barbari (Il Saggiatore, 2017)
Stefano Gasparri, L’Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato (Laterza, 2012)
Roberto Renzetti, La grande rovina. I riti pagani divennero cristiani (Tempesta editore, 2023)–
Prof. Giovanni Casadio,