Call for Papers: I 100 anni de Il ramo d’oro di Frazer in Italia (NuovoMeridionalismoStudi) Nel 2025 cade il centenario della prima traduzione in lingua italiana de Il ramo d’oro di James George Frazer. Nel 1925 Adolfo Lauro De Bosis, poeta e aviatore, tradusse parzialmente, in tre libri, la monumentale opera dell’antropologo britannico, ripubblicata venticinque anni dopo da Einaudi in due volumi, e successivamente ristampata da Boringhieri nel 1965, nel 1973 e nel 1990, a dimostrazione del pregevole lavoro eseguito dal De Bosis.
Questo anniversario costituisce l’occasione per tornare a misurarsi, a un secolo dalla sua prima recezione italiana, e a 135 anni dalla sua prima edizione inglese, con l’opera forse più discussa in antropologia culturale.
Se l’approccio metodologico “da tavolino” a questa disciplina, fondato sulla selezione di resoconti e cronache redatti da altri, e spesso provenienti da territori molto (talora troppo) eterogenei, è stato definitivamente archiviato dalla svolta impressa nei primi anni Venti del secolo scorso da Bronisław Malinowski, e se la stessa chiave interpretativa impiegata da Frazer, intrisa di un evoluzionismo ingenuo ‒ benché “figlia naturale” del secolo di Darwin e Comte ‒, è stata presto smontata dalle acute note all’opera del 1890 redatte da Ludwig Wittgenstein fra il 1930 e il 1948, oggi l’approccio di Frazer appare superato anche all’interno del solco epistemologico in cui trovava posto, e che in una certa misura aveva contribuito con merito a tracciare. Di fatto, le tesi de Il ramo d’oro sono state scavalcate dai grandi passi avanti compiuti dalla stessa etnologia: un avanzamento sollecitato da molti autori, si pensi allo strutturalismo di Claude Lévi-Strauss, al prospettivismo di Eduardo Viveiros De Castro, alla svolta ontologica di Philippe Descola.
Questa apparente débâcle rende esplicita la nemesi cui è andata incontro l’opera di Frazer che, lungi dal dover essere considerata un inutile pezzo da “museo del sapere”, permane piuttosto come un prezioso riferimento “archeologico” ‒ in senso foucaultiano ‒ di un’epoca che appartiene all’antropologia come la sua “infanzia”, proprio come la magia dei “primitivi” era intesa dall’antropologo scozzese quale “infanzia” della religione, a sua volta stadio intermedio fra quella e la scienza. Si tratta di una concezione del mondo, quella in cui si collocava Frazer e da cui si poneva in osservazione dell’Altro, certamente condizionata da distorsioni prospettiche, da errori di valutazione e di postura, ma che ha fornito i riferimenti di senso a un modello politico, giuridico, economico che ha plasmato ‒ nel bene e nel male ‒ la società occidentale, e che è tuttora in essere. Da qui l’attualità “archeologica” de Il ramo d’oro di Frazer: in esso scorre la linfa di una lunga stagione della conoscenza occidentale, non solo antropologica; questo “ramo” sporge da un tronco culturale complesso, fra luci e ombre, e che, se percorso fino in fondo, conduce alle radici della nostra stessa civiltà. Del resto, la postura che ha guidato Frazer, leggibile fra le righe della sua monumentale opera, ha avuto anche il merito di interrogare in profondità generazioni di suoi successori ‒ in primis, e forse non a caso, occidentali ‒, i quali, proprio nel misurarsi con tali limiti, hanno contribuito alla maturazione dell’antropologia: da strumento coloniale, per studiare i popoli sottomessi e da lente storicista per misurare narcisisticamente lo iato fra i presunti “primitivi” e la presunta “civiltà”, a spazio aperto di apprendimento e comprensione della pluralità e della plasticità delle culture germogliate entro una medesima famiglia, quella umana.Alla luce di tutto ciò, questa Rivista si propone di ricordare l’opera di Frazer con una call che vuole sollecitare l’approfondimento dei livelli antropologici, sociologici, storici, politici, giuridici, interessati dal mutamento di sguardo sull’Altro maturato nei cento anni appena trascorsi dalla recezione italiana de Il ramo d’oro. Il termine di scadenza per la sottomissione degli articoli, da indirizzare a rosanna.alaggio@unimol.it], è il 31 luglio 2026.
Editorial Board:
Salvatore Abbruzzese
Rosanna Alaggio
Lorenzo Scillitani
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